

Sedici.

Dalla distensione alle nuove tensioni.


179. L'ultimo discorso.

Da: M. S. Gorbacv, discorso televisivo del 25 dicembre 1991, in
Il Manifesto, 27 dicembre 1991.

Il 21 dicembre del 1991 ad Alma Ata, capitale del Kazakistan,
venne deciso lo scioglimento dell'URSS e l'istituzione della
comunit di stati indipendenti (CSI), una associazione fra le
repubbliche ex sovietiche, che mantenevano piena sovranit e
indipendenza nazionale. La creazione della CSI segn il fallimento
definitivo del progetto di unione di stati sovrani, proposto da
Michail  Sergeevic Gorbacv. Questi, che, nell'agosto di quello
stesso anno, dopo il colpo di stato dei comunisti conservatori, si
era dimesso da segretario generale del PCUS, prese atto della
situazione e, il 25 dicembre, annunci le dimissioni da ogni
carica pubblica. Riportiamo qui il suo ultimo discorso, dal quale,
insieme all'amarezza ed alla delusione, traspare anche l'orgoglio
per l'opera compiuta, della quale egli rivendica la validit e la
portata storica.


Cari compatrioti, concittadini, a causa dell'attuale situazione mi
dimetto dalle mie funzioni di presidente dell'URSS. In quest'ora
difficile per me e per tutto il paese, nel momento in cui un
grande stato cessa di esistere, io resto fedele ai miei principi,
che mi hanno ispirato nella difesa dell'idea di una nuova Unione.
Ho difeso fermamente l'autonomia, l'indipendenza dei popoli, la
sovranit delle repubbliche. Ma difendevo anche la conservazione
di uno stato dell'Unione e l'integrit del paese. Gli avvenimenti
hanno seguito un corso diverso. La linea della dissoluzione del
paese e della frantumazione dello stato ha vinto, e io non posso
accettarlo perch vi vedo dei grandi danni per i nostri popoli e
per tutta la comunit mondiale. E dopo il vertice di Alma Ata la
mia posizione non  cambiata. Tuttavia far tutto quel che mi 
possibile affinch gli accordi che in quell'occasione sono stati
firmati portino a un'intesa reale nella societ e facilitino
l'uscita dalla crisi e il processo delle riforme.
Voglio sottolineare ancora una volta che durante il periodo di
transizione ho fatto da parte mia tutto il possibile per
conservare un controllo sulle armi nucleari.
Rivolgendomi a voi per l'ultima volta in qualit di presidente
delI'URSS, ritengo indispensabile esprimere la mia valutazione sul
cammino che  stato percorso dal 1985. Tanto pi che su tale
questione vi sono molte opinioni contraddittorie, superficiali e
non obiettive.
Il destino ha voluto che, nel momento in cui accedevo alle pi
alte cariche dello stato, era gi chiaro che il paese andava male.
Tutto qui  in abbondanza: la terra, il petrolio, il gas, il
carbone, i metalli preziosi, altre ricchezze naturali, senza
contare l'intelligenza e i talenti che Dio ci ha elargito, e
tuttavia noi viviamo molto peggio che nei paesi sviluppati, e
accumuliamo sempre pi ritardi nei loro confronti. La ragione di
tale situazione era gi chiara: la societ soffocava nella
prigione di un sistema amministrativo troppo burocratico,
condannato a servire l'ideologia e a portare il terribile fardello
della militarizzazione a oltranza. La societ era al limite della
sopportazione.
Ma non c'era altra scelta. Ancora oggi sono convinto della
giustezza storica delle riforme democratiche avviate nella
primavera del 1985. Il processo di rinnovamento del paese e di
cambiamento radicale nella comunit mondiale si  rivelato molto
pi arduo di quanto si sarebbe potuto supporre. Tuttavia, quel che
 stato fatto deve essere apprezzato nel suo giusto valore.
La societ ha ottenuto la libert, si  affrancata politicamente e
spiritualmente e ci costituisce la conquista principale, non
ancora apprezzata appieno, probabilmente perch non abbiamo ancora
appreso come farne uso.
Tuttavia  stata compiuta un'opera di portata storica. Il sistema
totalitario, che ha privato il paese della possibilit che avrebbe
avuto, da molto tempo, di diventare felice e prospero,  stato
liquidato. E' stata aperta la strada delle trasformazioni
democratiche. Le libere elezioni, la libert di stampa, le libert
religiose, gli organi di potere rappresentativi e il
multipartitismo sono diventati una realt. I diritti dell'uomo
sono riconosciuti come il principio supremo.
Ha avuto inizio il cammino verso un'economia mista, si  stabilita
l'eguaglianza di tutte le forme di propriet. Nel quadro della
riforma agraria i contadini hanno cominciato la loro rinascita,
sono apparse delle fattorie, milioni di ettari di terra sono stati
distribuiti agli abitanti dei villaggi e delle citt. La libert
economica dei produttori  stata riconosciuta dalla legge, la
libert di impresa, la privatizzazione e la costituzione di
societ per azioni hanno cominciato a prendere forma.
Noi viviamo in un mondo nuovo. La guerra fredda  finita, la
minaccia di una guerra mondiale  allontanata, la corsa agli
armamenti e la militarizzazione insensata che hanno snaturato la
nostra economia, la nostra coscienza sociale e la nostra morale
sono interrotte. Ci siamo aperti al mondo, abbiamo rinunciato
all'ingerenza negli affari di altri paesi, all'utilizzazione delle
forze armate all'esterno del paese. Come risposta abbiamo ottenuto
la fiducia, la solidariet e il rispetto.
Siamo diventati uno dei pilastri della riorganizzazione della
civilt contemporanea su principi pacifici e democratici. I popoli
e le nazioni hanno ottenuto libert reale per scegliere la strada
della loro autodeterminazione. Gli sforzi per riformare
democraticamente lo stato multinazionale ci hanno condotti
vicinissimi alla conclusione del nuovo accordo dell'Unione.
Tutti questi cambiamenti hanno provocato un'enorme tensione e si
sono prodotti in condizioni di lotta feroce, sullo sfondo di
un'opposizione crescente delle forze reazionarie del passato,
delle vecchie strutture del partito, dello stato e dell'apparato
economico, cos come delle nostre abitudini, dei nostri pregiudizi
ideologici, della nostra psicologia livellatrice e parassitaria. I
cambiamenti si sono scontrati con la nostra intolleranza, col
basso livello della nostra cultura politica e con il timore dei
cambiamenti. Ecco perch abbiamo perso molto tempo. Il vecchio
sistema  crollato prima che quello nuovo potesse mettersi in
cammino. E la crisi della societ si  ulteriormente aggravata.
So dello scontento che deriva dall'attuale, difficile situazione,
delle aspre critiche espresse alle autorit ed anche alla mia
azione. Ma vorrei sottolinearlo ancora una volta: dei cambiamenti
radicali, in un paese cos grande e con un tale passato, non
possono avvenire senza dolore, difficolt e scossoni.
Il colpo di stato d'agosto ha spinto la crisi generale fino ai
suoi limiti estremi. La cosa peggiore in questa crisi  la
dissoluzione dello stato, e dopo il vertice di Alma Ata resto
inquieto. Sono inquieto per la perdita, per i nostri compatrioti,
della cittadinanza di un grande paese, un fatto le cui conseguenze
possono essere gravi per tutti. Conservare le conquiste
democratiche di questi ultimi anni  per me d'importanza vitale.
Sono il frutto doloroso della nostra storia. Non vi si pu
rinunciare sotto alcun pretesto. In caso contrario tutte le
speranze di un futuro migliore sono destinate a scomparire. Vi
parlo di ci con onest e franchezza. E' mio dovere morale.
Lascio la mia carica con inquietudine, ma anche con la speranza e
la fiducia in voi, nella vostra saggezza e nella vostra forza
d'animo. Siamo gli eredi di una grande civilt, e ora dipende da
tutti che essa non si dissolva per la gioia nostra e degli altri.
Voglio ringraziare di tutto cuore coloro che, in tutti questi
anni, hanno difeso al mio fianco una causa buona e giusta. Sono
persuaso che, prima o poi, i nostri sforzi comuni daranno frutti e
che i nostri popoli vivranno in una societ democratica e
prospera.
Mi dimetto da tutte le mie funzioni di presidente. Vi auguro tutto
il bene possibile.
